Perché anche oggi mi siedo qui, davanti a questo schermo bianco e luminoso, per scriverti una nuova lettera di ventura?
E perché, dal 2021, ho deciso di fare del Fabulatorio un appuntamento settimanale?
Marketing, no?! A volte me la racconto anch’io così.
È marketing, mi dico quando sento un certo fiato sul collo, per giustificare quanto tempo dedichi al Fabulatorio anziché usarlo per pensare a qualcosa di immediatamente profittevole come un’offerta, una campagna adv, un bel freebie che faccia scivolare tutti in un imbuto di vendita (en passant: c’è un girone infernale per chi crea imbuti di vendita che portano in labirinti di email marketing da cui non si riesce più a uscire, sappiatelo!!!)
Quel fiato sul collo, è il fiato – pesante a dirla tutta – del mio CDAI, il mio Consiglio di Amministrazione Interiore.
Ho un CDAI da molto tempo, addirittura da molto prima che iniziassi a lavorare, ma non proprio dalla nascita.
In principio era esterno, e aveva quel viso, quella voce, quel modo di fare, e quel particolare ruolo nella mia storia.
Poi un un giorno, non so bene come sia accaduto, ho scoperto che il CDA fuori da me aveva aperto una succursale dentro di me.
Sul fatto che fosse lo stesso non ho mai avuto dubbi: uguali le idee e i punti di vista sul mondo; medesimo tono di voce; identica grammatica, peraltro piuttosto ripetitiva.
Parole come tornaconto, convenienza, interesse, profitto, utile, vantaggio, e loro contrari, puntellavano infatti tanto i discorsi dell’uno quanto quelli dell’altro.
Come la sede centrale esterna, dunque, anche il mio CDAI sembrava programmato per tenere in considerazione soprattutto, ma sarebbe forse più corretto dire quasi esclusivamente, ciò che avrebbe potuto portare un guadagno immediato, sicuro e facilmente quantificabile. Do ut des.
«Ne vale la pena?», è sempre stata la domanda preferita del mio CDAI interiore.
Quando ancora pensavo fosse molto più navigato, consapevole e maturo di me, mi bastava sentire quella domanda per abbandonare seduta stante qualsiasi iniziativa o progetto. Il più delle volte, infatti, nessuna delle mie risposte avrebbe mai soddisfatto i requisiti minimi di ricompensa immediata, sicura, e facilmente quantificabile: tanto valeva mollare subito!
Oggi però è diverso.
Oggi so che il mio CDA interiore, dai merli della sua torre di controllo, vede sicuramente molte cose, ma se ne perde inevitabilmente altre, come succede a chiunque guardi il mondo sempre dalla stessa prospettiva.
Ti ho raccontato del mio CDAI perché ho idea che qualunque nome gli abbia dato tu, esista anche in te un apparato di controllo che chiede continuamente conto dei tuoi investimenti di tempo, di talento, di denaro, di emozioni, di sentimenti, di energie psicofisiche.
Un apparato di controllo che ti incalza costantemente con i suoi: «Sì ok, ma ne vale la pena?»
Vale la pena studiare tanto per finire a riempire le fila del precariato? Vale la pena scrivere quell’articolo, girare quel video, registrare quel podcast per la manciata di persone che lo leggeranno, vedranno, ascolteranno? Vale la pena versare lacrime e sangue su un progetto artistico che non sai nemmeno se avrai mai l’opportunità, o il coraggio, di mostrare? Vale la pena innamorarti per poi finire come i tuoi genitori sposati da cinquant’anni, e da quarantanove estranei l’uno all’altra?
Fatteli due conti, dice il tuo apparato di controllo, il tuo CDAI: la spesa vale la resa?
Ci sono due cose che so sugli apparati di controllo interiori: la prima è che pensano di saperla sempre più lunga del diavolo, o degli dèi come dicevano i greci; la seconda è che si sbagliano.
È possibile che studiare come ossessi non ci porti a un lavoro migliore, o meglio retribuito; è possibile che quell’articolo, quel video, quel podcast su cui passiamo la giornata non cambino di un millimetro il nostro posizionamento; è possibile che il progetto su cui versiamo lacrime e sangue oggi, non veda la luce del domani; o che un amore finisca tragicamente, o non finisca mai e questo sia un epilogo ancora più tragico.
È possibile, così come lo è che tu, io, o chiunque di noi subisca una battuta d’arresto; che arrivi un fulmine al ciel sereno a espugnare il nostro fortino di certezze; che si muoia il giorno prima di sapere che il nostro lavoro è in lizza per il Nobel.
Non avremo mai la garanzia che vada come ci aspettiamo. Non avremo mai la garanzia che le nostre fatiche vengano ripagate nel modo in cui ci aspettiamo, o vengano ripagate punto. Non avremo mai la garanzia di ricevere ciò che pensiamo di meritare, cosa che tra parentesi vale nel bene e nel male.
In definitiva: non avremo mai nessuna garanzia nella vita, perché la vita è per l’appunto vita e non una cazzo di caldaia!
È una prospettiva poco allettante? Allora cambiala!
Scendi dalla torre di controllo, e lasciaci dentro la presunzione e l’aspettativa che la vita funzioni come un’equazione per cui: quell’impegno x quella fatica = niente di meno che quella ricompensa (quell’impegno per quella fatica, uguale: niente di meno che quella ricompensa)
Perché una prospettiva che pretenda di misurare la complessità della vita con un’equazione che riduca il concetto di “vale la pena” a un’unica risposta, a un “solo se”, non può che limitare le tue esperienze, appiattirle, renderle per l’appunto poco allettanti.
Una prospettiva così cieca da non vedere altra ricompensa se non quella più vicina ai propri limiti d’immaginazione, infatti, non si accorgerà mai del tesoro posto anche soltanto poco oltre le mura di cinta e il fossato.
Domande di soglia
«Ne vale la pena?» è la domanda prediletta del mio apparato di controllo, e come ti ho raccontato i parametri che usa per valutare le mie risposte sono piuttosto rigidi e limitati: la spesa deve valere la resa.
O detto altrimenti: ciò che do e ci metto, deve tornarmi indietro in termini di profitto o vantaggio, e lo deve fare in modo rapido e immediatamente verificabile e quantificabile.
Che formula sceglie invece il tuo apparato di controllo?
Quali parametri usa per valutare le tue risposte?
Che cosa rivelano della tua storia il tuo apparato di controllo e i suoi parametri?
L’aiuto magico
☞ Per imparare a scendere dalla prospettiva della torre di controllo, possiamo abituarci a metterci un po’ più spesso nella prospettiva dei ricercatori, i quali sanno ciò che cercano, ma non sanno se c’è, né se mai lo troveranno.
Che trovino o no ciò che cercano, o che ciò che cercano alla fine ci sia oppure no, a loro andrà comunque bene lo stesso perché avranno sempre qualcosa che non avevano prima di iniziare: nuove informazioni, nuove esperienze e nuove domande per cui valga la pena cominciare una nuova ricerca.
O una nuova trovàlia, che è una parola che non esiste, e non mi spiego perché visto che renderebbe in otto lettere ciò che mi è toccato raccontare in 518 caratteri spazi inclusi.
☞ Creare parole nuove per esprimere nuovi concetti è un esercizio che amo molto fare e far fare alle anime narranti con le quali lavoro. Non ti stupirà quindi che sul comodino tengo ormai da mesi questo dizionario.
☞ Di formule che diventano storie, e storie che diventano giorni tristissimi
☞ Per la serie storie che forse non curano, ma insegnano: quanto può finire in tragedia quando si cade nella trappola della pretesa e del merito? Pare moltissimo fin dall’Antica Grecia, come ci racconta bene la storia di Aiace.
Valoroso guerriero acheo, secondo per forza e coraggio solo ad Achille, Aiace si aspetta che dopo la morte del Pelide, le preziose e ambite armi di quest’ultimo gli vengano assegnate. Chi, infatti, meriterebbe più di lui questo gesto di riconoscimento al proprio valore?
Di diverso avviso saranno però i capi greci, Agamennone e Menelao, i quali, pungolati anche un po’ da Atena alla quale Aiace stava un po’ sulle ovaie, decidono di assegnare le armi di Achille a Odisseo (o Ulisse).
Offeso e umiliato, Aiace cade in uno stato di furore cieco, e decide di vendicarsi.
Atena però ne scopre le intenzioni, e indignata per la presunzione e le pretese del guerriero, il quale per l’ennesima volta insulta gli dèi non accettandone le decisioni e non accogliendo il destino che gli viene da loro affidato, lo colpisce con la follia (è sempre affabile come un coccodrillo del Nilo, l’Atena nostra).
In preda alla follia indotta dalla dea, Aiace, credendo di attaccare i capi greci, finisce invece per massacrare un gregge di pecore, e quando ritorna in sé e si rende conto del suo errore, è così sopraffatto dall’umiliazione e dalla vergogna che decide di togliersi la vita.
☞ Da D.H. Lawrence
In questo ho fede:
«Che io sono io.»
«Che la mia anima è una foresta oscura.»
«Che l’io di cui sono conscio non potrà mai essere più di una piccola radura in quella foresta.»
«Che degli dèi, degli strani dèi, giungono dalla foresta nella radura del mio io conscio, e poi tornano indietro.»
«Che devo avere il coraggio di lasciarli andare e venire.»
«Che non permetterò mai agli uomini di impormi nulla, ma cercherò sempre di sottomettermi agli dei che riconosco in me e in quelli che riconosco negli altri uomini e nelle altre donne.»
Ecco il mio credo.
☞ Se vuoi guardare la tua storia da nuove prospettive ma non sai da dove cominciare, lo Sherlock Café potrebbe essere il posto in cui incontrarci e parlarne: trovi le date disponibili per febbraio e per marzo.
Titoli di coda
Dal Fabulatorio per questa settimana è tutto.
A proposito, il mio CDA interiore non è affatto contento delle risposte che riceve di settimana in settimana quando mi chiede conto del tempo che passo nel Fabulatorio: pare che per lui il fatto che questo spazio sia una fornace di storie a lenta scrittura non sia abbastanza.
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