Disfo la valigia.
Lo faccio come prima cosa la mattina dopo il rientro e la lunga traversata in auto che ci riporta da Torricella a Torino: un tempismo del tutto insolito perché d’abitudine, quando torno da qualche viaggio, l’abbandono all’ingresso così com’è per almeno una settimana. È il mio modo, credo, per prolungare l’esperienza.
Questa volta però non ho voglia di prolungare. E non so dire se sia fretta di disfarmi dell’estate più torrida degli ultimi anni o frenesia da rientro: un bisogno impellente di tornare alla mia casa, al mio studio, ai miei ritmi, alle mie persone, ai miei oggetti, ai miei progetti.
Disfo la valigia e mentre maneggio i costumi, i pantaloncini e le magliette per l’infilata di lavatrici che mi aspetta, mi accorgo che su ognuno è rimasta attaccata una memoria d’estate.
Gran parte del racconto della mia estate è lì: nello stropiccio del pigiama che di notte, puntualmente, finiva accartocciato ai piedi del letto, nella sabbia rimasta tenacemente aggrappata alle cuciture del costume, nei libri in fondo al bagaglio che hanno fatto da sottofondo alle giornate, negli indumenti piegati e intonsi che non hanno mai avuto un’occasione per dispiegarsi.
Disfo la valigia, vaglio, riordino oggetti. E mi pare di sfogliare una storia. Di ripercorrerne le pagine, le sottolineature, le orecchie, gli appunti a margine.
La stagione del mare, dei bagni e dei pisolini sulla sdraio è finita, o almeno lo è per me. L’estate, invece, quasi ma non ancora.
È sempre malinconico ed eccitante insieme questo tempo di mezzo sospeso tra un ‘non più’ e un ‘non ancora’. Tra la fine di qualcosa e l’inizio di un’altra.
A me, in questo intermezzo che trasuda malinconia ed eccitazione, sembra di esserci da un po’. Certo da più di qualche giorno.
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